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mercoledì 21 gennaio 2009

Un tuffo nelle emozioni del passato


Ieri ho ritrovato, in mezzo a tanti fogli dimenticati per anni alla rinfusa, un disegno ingiallito, prodotto nei miei anni giovanili. Sicuramente perfettibile, è per me molto importante in quanto risultato dei miei primi approcci ai ritratti a matita.


disegno di Pino Santoro

sabato 3 gennaio 2009

Un cegliese nel mondo








Riporto qui un bellissimo commento dell'amico Zino su un mio




Ho da dire anche se è fuori tempo (non lo è mai se si ha da dire) che questo gioco fatto con un filo di spago annodato imparato da bambino l'ho insegnato ai miei figli.
Con grande meraviglia 4 anni fa durante un pausa lavorativa giocherellavo e giocherellavo da solo sempre al primo passaggio quando mi si è avvicinato un giovane ragazzo della Romania da poco assunto nella mia ditta...ha proseguito nei vari passaggi con vera maestria rifacendo con cura i passaggi inversi per evitare la fine precoce del gioco.
Era il passatempo della sua nonna non gli sembrava vero eppure anche se poco più che ventenne per quegli istanti era ritornato bambino a casa dei Suoi.
I giochi poveri di tutto il mondo sono uguali come uguale è la sofferenza di tutti i poveri del mondo. (mi disse come si chiama ma non lo ricordavo già un minuto dopo, nu,lu chiamamm- a naca)

martedì 4 novembre 2008

Il prete che viveva con sorella povertà

Spesso per incontrare persone straordinarie basta guardarsi  semplicemente intorno.
Don Gianfranco mi ha dato l'occasione per approfondire la conoscenza di un nostro concittadino, un prete che aveva appieno compreso e adottato  l'insegnamento di San Francesco vivendo con sorella povertà.
Non è stato necessario andare lontano alla ricerca di testimonianze su di lui. Mio padre lo conobbe personalmente e da ragazzino ascoltavo i suoi racconti. Molti di essi sono una conferma di quello che viene riportato da "Uno sguardo su Ceglie"
Veniva  spesso alla  chiesa di Natalicchio a pochi passi dal terreno di mio nonno,  per cui si conoscevano bene ed era nata una stima e una venerazione verso questo prete che viveva umile tra gli umili.
Girava infaticabile per le contrade, non solo di Ceglie, incurante delle condizioni atmosferiche. Spesso, in piena estate, esausto per la calura estiva, assalito dall'arsura, passando vicino ad un albero di fichi, ne coglieva uno per ristorarsi. Subito dopo lasciava la strada, per recarsi all'abitazione di mio nonno per avvisarlo dell'appropriazione indebita:
Don Pietro: "Nunnu Piè vite ca m'agghje fatte na fiche da l'areve".
Mio nonno: "Don Piè a vinut fin'aqquà pi na fiche? Ca fatte tutte quide ca uè. Scià mu ti ni ccogghje nu panare i tu puert."
Don Pietro: None, none, bast iun' pi mi luà a secch.
Mio nonno: Uè mang cu nnu? Mu priparam' nu muccon'.
Don Pietro: Na vi pigghiate fastidje,  me baste na fedde de pane cu na cipodde, accussì m'a ditte a Madonne.
Altre volte chiedeva semplicemente  "na padduttecchje de fave" o pane e fichi.
Ricevuto il dono ringraziava per la generosità e si rifocillava, mai sedendosi su sedie o "vangh" ma sui sassi.
La sera c'era l'usanza della recita del rosario e per l'occasione si riunivano alcune famiglie del vicinato. Capitava sovente che l'infaticabile prete si trovasse a passare. I presenti sospendevano la recita per accoglierlo e lui:  "No, no vi prego continuate non interrompete il Rosario, fate come se non ci fossi".  E se poteva si fermava volentieri a parteciparvi con grande umiltà.

lunedì 11 agosto 2008

Dati tecnici sulla zappa martinese


Informazioni per neofiti:
La martinese viene considerata, a pieno titolo, la Ferrari delle zappe.
Si possono raggiungere velocità di zappatura più che doppie rispetto alle comuni zappe, compresa quella cegliese. Adatta per terreni non pietrosi, ha capacità di penetrazione nel terreno, con colpi ben assestati, di oltre 25 centimetri. Nella "scatena" si possono raggiungere fino a 50 centimetri e oltre di profondità.  Fino agli anni '50 veniva usata, tutti i giorni, dall'alba al tramonto. e ne traeva molto vantaggio la schiena.  Se casualmente si colpisce una pietra nascosta sotto un piccolo strato di terra, ti trasmette delle indimenticabili vibrazioni per tutto il corpo (nella foto in basso potete notarne le conseguenze sull'attrezzo).  Chi la usa regolarmente tiene le soddisfazione che ne ricava per sé e non le rivela ai giornali.



Indovinello cegliese sulla zappa:
Chjù a juse e chjù lusce (Più la usi e più luccica)

mercoledì 5 marzo 2008

Italiani in cambio di carbone

Minatore cegliese in Belgio nel 1951
Il famoso accordo del 1946 non era il primo protocollo siglato tra Italia e Belgio per l'impiego di minatori italiani. Un'analoga intesa era infatti già stata firmata tra i governi dei due Stati nel più lontano 1922. Ma la vera e propria “battaglia del carbone” fu lanciata soltanto dopo la seconda guerra mondiale. Il Belgio disponeva, infatti, di ingenti risorse minerarie, ma di manodopera insufficiente. L'Italia, al contrario, aveva urgente bisogno di carbone e si trovava in una situazione molto difficile per quanto riguardava il lavoro. La disoccupazione e la miseria rendevano insopportabile la vita alla maggior parte della popolazione, soprattutto dei ceti sociali più deboli. L'industria nazionale era in ginocchio e le campagne, dal Veneto alla Sicilia, versavano in condizioni di estrema povertà e indigenza. Per milioni d'italiani la via dell'emigrazione era la sola prospettiva di riscatto umanamente possibile.
il 23 giugno 1946
Italia e Belgio firmarono quindi un accordo che prevedeva la destinazione di cinquantamila operai italiani alle miniere del Belgio. In cambio, il Belgio s'impegnava a vendere all'Italia, mensilmente, un minimo di 2500 tonnellate di carbone ogni 1000 operai inviati.
Per convincere gli operai italiani a lasciare il proprio paese,
apparsero un po' in tutta Italia allettanti manifesti rosa della Federazione Carbonifera Belga, che presentavano unicamente gli aspetti positivi e vantaggiosi di questo lavoro: salario medio giornaliero, assegni familiari, ferie, premi di natalità, alloggio e carbone gratuiti, ecc.


Il manifesto si concludeva con un invitante appello:


Approfittate degli speciali vantaggi che il Belgio accorda ai suoi minatori. Il viaggio dall'Italia al Belgio è completamente gratuito per i lavoratori italiani firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall'Italia al Belgio dura in ferrovia solo 18 ore. Compiute le semplici formalità d'uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio”.


Il viaggio da Milano durava in pratica due giorni. Si partiva da Milano il lunedì mattina, si viaggiava tutto il lunedì e si arrivava in Belgio nel pomeriggio del martedì. Circa mille persone viaggiavano su ogni treno. Per quasi tutti era il primo viaggio di una certa importanza, o il primo in assoluto, un viaggio decisamente poco confortevole, specialmente quando si attraversava la Svizzera. Al passaggio per la Svizzera, infatti, per un certo tempo i vagoni venivano chiusi e il treno proseguiva senza nessuna fermata fino a Basilea, per non rischiare di perdere qualche passeggero lungo il tragitto. Le ragioni erano comprensibili: considerato che la Svizzera era una meta ben più ambita del Belgio, anche perché più vicina, molti sognavano di scendere e di fermarsi lì. Dopo Basilea i vagoni potevano di nuovo essere aperti, poiché nessuno voleva scendere in Francia. Le visite mediche d'idoneità al lavoro venivano sbrigativamente svolte durante il viaggio. Per il resto, sui treni non c'era praticamente alcun tipo d'assistenza.
Alla stazione centrale di Bruxelle
s, lunghi convogli ferroviari scaricavano gli uomini, stanchi, con i loro abiti semplici e con pochi effetti personali al seguito, molti dei quali non fecero mai ritorno al proprio paese.
A Bruxelles cominciava lo smistamento verso le differenti miniere, tenendo conto, nei limiti del possibile, delle affinità familiari. Gli interpreti e i delegati delle miniere regolavano
alcune formalità essenziali e qualche problema personale.
In autobus o ancora in treno, gli uomini venivano
poi accompagnati nei loro “alloggi”: le famose cantines, baracche insomma, o addirittura nei famigerati hangar, gelidi d'inverno e cocenti d'estate, veri e propri campi di concentramento dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra.


Né animali, né stranieri...
La mancanza di “alloggi convenienti”
, previsti dall'accordo italo-belga, impediva alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia. Trovare un alloggio in affitto era infatti quasi impossibile all'epoca. Spesso, sulle porte delle case da affittare i proprietari scrivevano a chiare lettere “ni animaux, ni étranger”: né animali, né stranieri.
È
dunque facile immaginare che l'integrazione dei lavoratori italiani in Belgio non era, in quegli anni, facile. Anche nelle miniere, dove peraltro le condizioni di lavoro erano particolarmente dure e insalubri, i rapporti con i minatori belgi non erano facili, poiché gli italiani estraevano in media più carbone e si pensava che fossero, per conseguenza, pagati meglio. La solidarietà tra paesani rendeva il peso del lavoro e delle condizioni di vita un po’ più sopportabile. I minatori italiani provenienti dal Veneto, dalla Sicilia, dall'Abruzzo, e così via, avevano infatti tendenza a riunirsi tra di loro e a parlare in dialetto, secondo la regione e il paese di provenienza.
I
più giovani, nella maggioranza dei casi, non avevano alcuna formazione. Il mestiere di minatore s'imparava quindi facendolo, e imitando i più anziani. All'inesperienza di molti si aggiungevano le scarse misure d'igiene e di sicurezza. Tra il 1946 e il 1955, quasi 500 operai italiani trovarono così la morte nelle miniere belghe, senza contare il lento flagello delle malattie d'origine professionale.
La più pericolosa di queste era la silicosi
, causata dalle polveri della miniera che, depositandosi sui polmoni, creava insufficienze respiratorie.
I primi sintomi consistevano in una forte tosse, che il più delle volte si manifestava nel primo anno di lavoro, per poi arrivare al punto in cui si “
sputavano i polmoni”, come racconta un nostro assistito ex-minatore. Questi uomini, dunque, prima barattati poi sfruttatti e danneggiati, finivano per essere abbandonati a se stessi in gravi condizioni di salute. Terribilmente grotteschi erano anche i rimedi a disposizione dei minatori, tante volte frutto delle dicerie popolari, quali ad esempio l’ingoiare grandi quantità di burro oppure bere tanto latte. Come emerge da alcuni racconti e testimonianze dirette, c’era anche chi il burro lo cospargeva sul proprio viso per non rovinarsi la pelle una volta sceso nel pozzo.
L’alta probabilità di contrarre la malattia era anche dovuta all’infernale contratto che obbligava a lavorare per un minimo di 5 anni solo ed esclusivamente nella miniera, pena l'espulsione dal territorio belga.
Nel frattempo, g
razie ai nostri emigrati, la produzione di carbone nelle miniere belghe aumentava vistosamente, con ripercussioni positive su una serie di altre attività, come le industrie siderurgiche e metallurgiche, le vetrerie, le industrie di apparecchiature elettriche e di materiale refrattari. Notevole, quindi, l’apporto dei nostri lavoratori allo sviluppo del territorio belga. Il tutto, a costo d'indescrivibili sacrifici.
In questo contesto, un formidabile fattore d'integrazione
fu l'associazionismo sindacale, e in particolare il riconoscimento del diritto di voto agli immigrati stranieri per l'elezione delle cariche sociali, che venne introdotto per la prima volta in Belgio nel novembre del 1949, anche se con molte restrizioni. Benché inizialmente il diritto di voto fosse soltanto passivo, e non consentiva quindi di essere eletti, questa prima forma di partecipazione alla vita interna all'azienda, fino a quel momento sconosciuta alla quasi totalità dei nostri lavoratori, rappresentò un formidabile esercizio di democrazia e un'occasione importante per iniziare a partecipare alla vita politica e sociale belga.

mercoledì 3 ottobre 2007

giovedì 9 agosto 2007

Ricordi

Un trullo, un ulivo secolare, una tavola imbandita ed era festa grande.


INNO ALLA LUNA


Pallida occhieggiava
planando ridente
su bianchi casolari.
Il suo sguardo
gesta animava
per bocche ciarliere,
suoni, canti,
richiami reciproci,
grida acute di bimbi gioiosi.
Per cene all’aperto
bandito era il lume.
Unanime l’inno
alla luna d’estate.
Da "Rossi di Oleandro" di Pino Santoro

domenica 25 marzo 2007

Frugalità e saggezza antica

Tenere più in considerazione la saggezza antica e chi la possiede, invece di emarginarla, farebbe del bene a tutti e ci indirizzerebbe verso scelte quotidiane più oculate.
La nostra società dovrebbe reimpare a sedersi intorno a questi saggi e accanto alla frugalità di un antico focolare riabituarsi ad acoltarli.

Pino Santoro (Olio su tela 50/60)

VECCHIAIA


 Solitudine,
miseria,
rassegnazione
tue consuete compagne.
Vivi il presente,
ricordando il passato
mentre attendi il futuro.
Questo rimane
di una vita
ormai consumata.


mercoledì 28 febbraio 2007

Antichi giochi

A' triach'


Con quanto orgoglio i nonni insegnavano questo gioco ai nipoti che partecipavano entusiasti ed incantati dalla destrezza con cui formavano, intrecciando tra le dita un filo di lana, figure geometriche sempre diverse: a nac, u specchjie, a ratich'l, a spin di pesc, ecc.

giovedì 15 febbraio 2007

Ancora un omaggio al Castello


Il post sul castello ha interessato a questo blog, solo nella giornata di ieri, oltre 150 visitatori. Ciò sta a dimostrare che non sarà facile abbandonarlo al proprio destino.
Pubblico qui di seguito tre foto inedite, sperando che la vicenda di questi giorni, sia stata solo una momentanea distrazione da parte dell'amministrazione.





martedì 13 febbraio 2007

E se un giorno, stanco e deluso, ci lasciasse accasciandosi al suolo?

...poscia più che l'amor poté 'l danaro.

Intanto godiamoci la sua maestà, quando dominava un centro storico abitato e imbiancato a latte di calce

...e il suo giardino negli anni '60

lunedì 12 febbraio 2007

Specchia Castelluzzo



E’ sicuramente la più imponente tra le specchie conservate nel territorio di Ceglie situata a m. 208 sul livello del mare, ai confini tra Ceglie e Francavilla in un uliveto dell’omonima masseria. Si raggiunge da Ceglie percorrendo circa km 6 della provinciale per Francavilla, inoltrandosi a sinistra lungo il paretone, annesso alla specchia, per circa 700 metri, per poi deviare a nord seguendo un muro ad una sola fila di blocchi che collega paretone e specchia in circa 80 passi. Il De Giorgi ne conosce già l’esistenza nel 1908, ma il monumento viene riproposto all’attenzione degli studiosi nel 1928 dal Teofilato e dal Ribezzo che ci forniscono per la prima volta dei dati. Lo stato di conservazione doveva essere abbastanza precario già nel 1928, dal momento che il Teofilato ci parla prima di una base quadrata e di ripiani successivi circolari, mentre più tardi parla di forma ellittica. Di forma ellissoide parla anche Ribezzo e questa sembra essere la soluzione ragionevolmente accettabile. La specchia doveva essere costituita, secondo le ipotesi degli studiosi, da sei ripiani concentrici: per quanto riguarda i ripiani, il Teofilato sembra contraddirsi quando parla della specchia Talene che aveva “sei piani, uno in più della Miano” ( termine con cui meno esattamente si indica specchia Castelluzzo). Al centro dell’ultimo ripiano si alza una torretta circolare, in parte franata, costruita all’interno con blocchi squadrati di forma rettangolare, al contrario del resto del monumento innalzato con grossi blocchi irregolari. Dal piano di campagna, dalla parte est, si stacca  una rampa ascendente, oggi parzialmente visibile.


Ceglie Messapica: Specchia Castelluzzo


domenica 11 febbraio 2007

Specchia Capece

La specchia Capece è posta in un denso oliveto a m 199 sul livello del mare, sulla linea di confine dei territori di Ceglie e Francavilla. Dalla sommità sono visibili gli abitati di Ceglie e Oria, in linea d’aria equidistanti dal monumento. E’ nota al De Giorgi ed è stata descritta nel 1929 dal Teofilato. La specchia, a pianta approssimativamente subcircolare, è costituita da tre cortine alte rispettivamente, a partire dal basso, m. 1.10, 1.75, 2.00. L’ultima cortina sostiene un cumulo a forma di cono costituito da pietrame informe, alto m. 2.50. Sul fianco nord ovest, incassata nella seconda cortina, si nota una scaletta con una decina di gradini, e poco più lontano da questa una seconda scaletta con altrettanti gradini, non più facilmente percettibili. Nella parte orientale una larga cortina di base è collegata alla specchia da una scaletta a cinque gradini. La cortina, parte integrante della specchia, larga quasi 10 m, è costituita oltre che da pietrame informe anche da terriccio, per cui è stato possibile l’attecchimento di un buon numero di alberi di ulivo. Sorge sulla confluenza di tre paretoni, larghi da due metri e mezzo a tre metri.




Ceglie Messapica
(Specchia Capece)

mercoledì 7 febbraio 2007

Madonna della Grotta


Scomparso nel 476 d.C., in seguito alla costante penetrazione barbarica, l'ultimo simulacro di quello che era stato l'Impero Romano d'Occidente, con la deposizione da parte di Odoacre, re degli Eruli, dell'imperatore Romolo Augustolo, cessata contemporaneamente anche nella terra d'Otranto, la dominazione romana, queste terre furono assoggettate alla signoria degli imperatori di Bisanzio, rapaci ed assolutisti non meno dei precedenti dominatori. Della loro presenza, i Bizantini hanno lasciato nella Provincia Salentina, un'impronta quasi indelebile, che ha modificato usi, costumi, lingua, tradizioni, liturgia, facendo quasi rivivere tempi e cultura della Magna Grecia. I monaci greci ed orientali, incalzati dalle persecuzioni di Costantino Capronico,dovettero abbandonare, nell'VIII secolo, le loro sedi nel Libano ed in Palestina e ripararono in Terra d'Otranto dove fondarono ovunque monasteri e romitori tra i quali la Cripta Basiliana e la Madonna della Grotta.
"...Il 20 luglio del 1597, il procuratore generale del Capitolo di Ceglie, don Paladino Nasio, stipula una convenzione con il maestro muratore Vito Nughele per la costruzione di quattro cappelle nella chiesa di Santa Maria della Grotta.



"L'edificio sacro ed i padiglioni della masseria si presentano a chi proviene da Ceglie, quasi all'improvviso, a circa sei chilometri dalla città , dopo aver percorso una stretta, tortuosa vicinale asfaltata, che conduce a Francavilla.
Le pareti della chiesa sono alte e snelle, rese preziose dal bugnato antico, interrotte soltanto dal vecchio portale e dall'ampio rosone, del quale rimane la ghiera esterna e nessun elemento della raggiera. Il silenzio è palpabile; sembra attendere con ieratica maestà il rado studioso, l'occasionale visitatore che si è avventurato in questa breve plaga dell'alto salento a qualche miglio da Ceglie Messapica, per gustare ed analizzare gli ultimi brandelli di una civiltà ormai del tutto scomparsa, racchiusi tra pareti sbrindellate.
Sui muri, scampoli di affreschi, rapsodicamente sopravvissuti ai secoli e all'uomo,  occhieggiano, con addolorato stupore, l'ambiente all'intorno.
Qui, nella chiesa gotica della Madonna della Grotta, il tempo il tempo pare essersi fermato ma non è riuscito a conservare quasi nulla di tutto ciò che i secoli hanno sedimentato con una suggestione sapiente: spessi muri rusticamente bugnati, un protiro semidiroccato, un rosone ridotto a finestra in tempi a noi più vicini, due svelti campanili ad una fornice e tanta, tanta melanconia in cui i ricordi si legano ai ricordi, lo struggimento si alimenta di una muta, intensa commozione..."

Gaetano Scatigna-Minghetti (1995)

lunedì 29 gennaio 2007

Cripta basiliana San Michele

Sapete cos'è che divide il visitatore da questa immagine?

Un mesto cancello sempre chiuso


Foto rimossa nel passaggio da splinder ad Altervista

sarà recuperata appena possibile


Foto di Pino Santoro

martedì 16 gennaio 2007

Grotte di Montevicoli


Mi ha fatto particolarmente piacere la riapertura delle grotte di Montevicoli a cura dell'Associazione Speleocem.
L'ultima edizione del Presepe Artistico risaliva al lontano 1996 ed era legata a questa cartolina con annullo postale da me realizzata per conto della Pro Loco.




venerdì 12 gennaio 2007

Il restauro è un'opinione?


Questa foto, trovata in mezzo alle tante che avevo conservate e dimenticate, raffigura la chiesa di San Domenico prima che fosse restaurata circa quindici anni fa. Messa a confronto con una foto attuale si riscontrano delle differenze evidenti e qualcosa che manca. Il pulpito dorato è diventato marrone e i pannelli della Via crucis non sono più al loro posto. Inoltre alcune decorazioni sono state eliminate o semplificate.


prima del restauro


dopo il restauro