sabato 20 maggio 2006

SCHEDA ARTISTICA DI PINO SANTORO 

 

        Nato a Ceglie Messapica Pino SANTORO ha compiuto gli studi classici al “Liceo Parificato al Trionfale” di Roma. Di formazione artistica autodidatta, sin da giovanissimo ha sperimentato varie forme di arte, dalla musica alla poesia. Negli anni '70 approda alla pittura e alla scultura.

       Come vignettista ha collaborato con il periodico locale "l'Idea". Ha realizzato vari manifesti: la “40a Coppa Messapica”, il “35° Presepe Artistico Grotte di Montevicoli”, “Ceglie-Estate”, “Dicembre Musicale”, “Presepe Vivente nel Centro Storico”.

        Numerosi i premi e riconoscimenti conseguiti tra i quali: “Premio Città di Brindisi”, “Trofeo Oscar Puglia”, due volte il 1° Premio al Concorso “L’uomo e il suo Tempo”, Medaglia d’argento “Benemerenza 1995”, Medaglia d’oro “Biennale di Venezia”, 1° Premio al Concorso “Pensieri del 2° Millennio”, tre volte il 1° Premio al “Concorso Internazionale OggiFuturo”, 1° Premio al “Trofeo Città di Lecce”, 1° premio al “Great Contemporary Painters”, Titolo di Cavaliere dell’Arte a Milano, riconoscimento “Erede di De Chirico” a Novara, titolo di Maestro d’Arte, assegnato dal Centro Universitario Accademia di Francia, membro dell’Accademia Internazionale dei Micenei di Reggio Calabria, dell’Accademia Greci-Marino di Vercelli e dell’Accademia del Fiorino.

        Ha esposto in numerose Gallerie d’Arte e Fiere italiane ed internazionali.

        Si sono interessati di lui i critici: Alemanno, Cracas, Amodio, Tanelli, Perdicaro, Belgiovine Scatigna-Minghetti, Falossi, Argelier, Pasolino, Baldassarre, Conenna.

       E’ stato recensito dalle testate giornalistiche di New York: “L’Idea Magazine” e “Il Ponte Italoamericano” oltre che da quotidiani nazionali e riviste specializzate del settore artistico.

       Le sue opere si trovano in numerose e prestigiose collezioni private di diversi Stati Europei ed Americani.

        Ha pubblicato due libri di poesie: “Proscenio Bianco di Calce” e “Rossi di Oleandro”, che sono un viaggio nostalgico in una civiltà contadina del passato carica di musica, colori ed estenuante lavoro, recensiti rispettivamente da Damiano Leo e Vincenzo Gasparro.

          Il suo sito ufficiale è www.pinosantoro.it

 

mercoledì 17 maggio 2006

SCHEDA ARTISTICA DI VINCENZO GASPARRO

  

       Vincenzo GASPARRO è nato a Ceglie Messapica (BR) dove vive e insegna. Collabora attivamente a diversi giornali nazionali e locali.

         Ha esordito con un importante libro in cui movente memoriale e storia trovano un incontro di ineccepibile effetto, costituendo preciso riferimento documentaristico e coinvolgente intonazione narrativa dove commento e umorismo sono magistralmente distribuiti e dosati: “La pampanella amara (vent’anni di storia e memoria a Ceglie Messapica 1960 – 1980)”, uscito nel 1989.    Del ’94 è invece è l’esordio poetico con “Taccuino”, connotato da un terzo ed essenziale lirismo raccolto in una interessante sintesi linguistica e visuale, oltre che dalle inedite ed efficaci immagini evocate; le quali si ripresentano, innestate in più intensi tratti meditativi, nelle successive raccolte: “Parole mai distratte” (2000), “Grazie per i balconi fioriti” (2001), “Barchette arancio e limone” (2002), venato da equilibrati accordi di ironia e non ignaro di classiche tradizioni e “Nel mattino disperso” (2004), testo di successo presentato in vari incontri letterari dal suo editore.

         Il “Dizionario ragionato degli scrittori italiani del ‘900”, curato da Rodolfo Tommasi, indica Vincenzo GASPARRO tra le voci più rappresentative del secondo ‘900.

          E’ presente nella “Storia della Letteratura Italiana del Secondo Novecento”.

Si sono occupati tra l’altro le riviste: Atelier, Poiesis, Punto d’Incontro, Ellin Selae.

          E’ presente nel testo “La saggezza della Letteratura” edizioni Laterza con un saggio di Rosario Jurlaro.

martedì 16 maggio 2006

SCHEDA ARTISTICA DI PIETRO GATTI


 


Pietro GATTI  nato a Bari, nel 1913, in modo del tutto accidentale e “non incidente sulla sua vita”, come scrisse lui stesso in una nota autobiografica. I genitori si erano trasferiti nel capoluogo pugliese per permettere alla madre di frequentare un corso di ostetricia. Il piccolo Pietro, ancora di pochi mesi, fu portato a Ceglie e qui si “radicò profondissimamente”. Studiò in seminario per cinque anni. Ne venne fuori approdando, con insofferenza, all’insegnamento elementare. Quindi fu dipendente comunale dal 1938 al 1974, anni in cui la poesia batteva così forte da indurre il poeta al pensionamento anticipato.


         Infiniti sono i riconoscimenti critici per la produzione artistica del poeta cegliese Pietro GATTI. Fra coloro che si sono occupati del nostro poeta  ci piace citare il critico e docente di glottologia presso l’università di Lecce, Mario D’Elia, con “La poesia dialettale di Pietro Gatti”; Macrì con una puntigliosa recensione apparsa su “L’albero”; Mario Marti con “Notizie dal Salento: la poesia dialettale del cegliese Pietro Gatti”; i nostri concittadini Giuseppe e Pietro Magno in “Storia di Ceglie Messapica” e ancora Vincenzo Gasparro  in “La pampanella amara” e l’illustre rettore dell’università di Lecce, Donato Valli, fraterno amico del Gatti.


         Con Gatti il dialetto cegliese è entrato a pieno titolo negli studi di dialettologia. L’esordio alla carta stampata è segnato da una breve silloge edita dalla Tipografica di Ceglie nel 1973 con “Nu vecchju diarie d’amore”: un canzoniere a carattere autobiografico che già tendeva ad un simbolismo immediato, di un’istintività pascoliana. Nel maggio del ’76, presso Schena di Fasano, vede la luce quella che noi riteniamo essere il capolavoro del Gatti: “A terra meje”. Qui è un continuo rincorrersi di immagini felici, pregne di un mondo di povertà e di miseria, di sudore e di fatica. Sei anni di silenzio editoriale per approdare ad una esaltante fusione di autobiografismo e simbolismo con “Memorie d’ajere i dde josce”. Raccolta poetica, questa, in cui i versi si fanno preghiera. Nel 1984 Pietro Gatti ci regala il suo quarto pilastro: “ ‘Nguna vite”: un dolore-amore tutto meridionale e foscoliano plasma ogni poesia. La morte che “nasce dalla vita”, si confonde con il quotidiano.


         Alle importantissime opere citate Pietro Gatti, grazie alla sensibilità artistica di alcuni amici e all’impegno del Rotary Club – Terra dei Messapi di Ceglie, aggiunge, nel dicembre del 1997 per i tipi della locale casa editrice, “A seconda venuta” (La seconda venuta), opera epica e monumentale con la quale il nostro si consegna per sempre alla storia della poesia dialettale.


         Al maggiore poeta cegliese di tutti i tempi chiediamo, facendo nostra una sua dedica: “… cu nne làsse a porte scaranzate” (… che ci lasci la porta socchiusa).

martedì 9 maggio 2006

.Sud


Sud tra polvere e vento


ombre e luci


sotto la lama del bisturi tagliente


ed il passo faticoso


verso la via maestra


tra dirupi e scoscendimenti


promana dalle rocce


della terra dove un giorno


“Cristo s’è fermato”


ineluso grido.


Sud col volto di mio padre


tra brezze marine aliti d’uliveti


tracce impronte di solchi amari


alla pettura del tempo


Sud che spezza radici


approda in isole lontane


Sud mente


malta cementizia


tra i grattacieli di New York


per le strade di Manhattan


finestra aperta sulle lande


ghiacciate del Canada


sulle rive boscose dell’Australia


Sud in prima linea


e sempre in trincea


Sud braccia


braccia esposte a poco prezzo


sulle bancarelle del mondo


Sud saluti da spedire di lontano


e mille cose da raccontare in solitudine


tra giostre d’echi


che nessuno riesce a spegnere


Passa tra le forche caudine della miseria


l’eroismo senza vanagloria


ed anche la perversione maledetta!...


Sud che mira lontano


aziona suonerie di risveglio


tra frammenti di roccia


costruisce vasi di alabastro


in cui riversa rivoli di poesia


quando spigola il vento


nel fremito di una foglia


e riscopre palpiti di cielo


Sud calore d’onda tumultuante


in arcipelago sommerso


ed impeto di vulcano


per meati sotterranei


Sud natura


anfora di vino spumeggiante


Quando alla gola annoda lacci


l’incertezza del futuro


sarà prepotente la ragione di essere


che spinge a sfidare le nebbie del Nord


alla caligine di ioduri solfuri bromuri


al serpe strisciante della silicosi


negli antri scuri della terra


Sarà la ragione di essere


per resistere alla malinconia lacerante


nelle baracche di laterizi


alla periferia delle metropoli ammaliatrici


acuita a sera da un vecchio giradischi


dai do di petto


di Caruso Gigli e Pavarotti


malinconia


bramosia di sole natio


di quel sole che


non può spedirsi in pacchi


come i salumi caserecci della Calabria


i fichi mandorlati della Puglia


le conserve della Lucania e della Campania


La ragione di essere


scoprendo angoli di mondo


per essere  mondo.


 


Di Rita Santoro Mastantuono


venerdì 28 aprile 2006

Emozione e colore



Nebulosa (t.m.di Pino Santoro)


 


AURORA


Estasi donò
il lieve tocco di aurora.
Ebbro vagai
tra incendi fantasmagorici.
Globo mi ridestò
naufrago
nell’imperscrutabile.


Tratto da "Rossi di oleandro" di Pino Santoro

sabato 22 aprile 2006

Poesia di Pietro Gatti tratta dal libro "A Seconda Venute" inserita nel programma del 23 aprile


Ce ccose


Pasce a ttotta sta vita nosta. Bbone!


Pasce! Pure ca jete pi nnu josce!


I cci jere pe ssembe? uehì Madonne!


Pasce a ttotte a fatije de ggne ggiurne,


cu nn’avaste p’u pane, p’a peggnate,


do rrubbescedde p’a capanne i a nnu,


cà na ssime nemale d’ind’ò vosche.


Pasce a sta pucciuledde: se sté vvase


nu fiore i ffasce uecchje ò zitu suve.


Pasce p’u peccennudde: a mana chjene


de péttele cu mele i vve lleccanne.


Pasce a stu vecchje: dorme angocchje o fueche


i ssarà se ste ssonne cciò cca vole.


Pasce a ccuss’omme ca se llissce a zappe


i ppenze ò paretiedde ca ì sgarrate.


Pasce a qquide ca stone o lazzarette


i ppatéscene u ‘mbierne i vveveréscene.


Pascepe qquessa fémene anguacciate


nnanz’a cuscine i zzugghje jind’o tieste.


Pasce a sta morre de peccinne: sciòchene


cu lle palle de neve a ssetechizze.


Pasce a sta vecchje, ca vé cu bbastone,


tott’angurcate, i ss’a sté ttire a terre,


totte na vite de fatja bbrutte;


sette figghje, na morra de nepute.


Pasce a sta ròscia larie, tutt’amisce


ca se còndene fatte de fatje.


Pasce a ttutte le nache. Pasce o muerte


  jind’a qqueda capanne. Pasce o chjande


ca jucchele, a lle lacreme ind’o core,


ca na vvete nessciune. Pasce pure


a ttutte quisse fundusciedde nuste:


ggià le sumiende sottaterre vone


alliecre rezzecanne. Pasce a ll’arve,


a ttutte l’arve cu lle rape ambunne


stennecchjate, ca dormene, ma n’are


doscia dosce, angunune si ste ddéscete.


Pasce a ttutte le vestie, ca fatjiene


accuete a nnu cu a forze, cu a pacienze,


i nne fàscene cate, i ppo ne done


tanda cose a mmangià,quase pe nniende.


A ttutte le nemale d’ind’o vosche,


a qquide bbuene, a qquide bbrutte, pasce.


A tutt’u ciele grannu granne pasce.


Pasce o sole, cu aggire bbuene. Pasce


o criate sane. Pasce pure a Ccriste.


I Ccriste ca tremende i rrite bbuene.


Pasce a sta lusce de ggne ggiurne. Quanne


angore av’a llucessce i nnu n’àsame,


nu siggnu grannu granne a bbenedisce


cu tutt’u core ne fascime allarie,


i ccumenze a sciurnate. A croscia sande.


Ammenne.

Che cosa


Pace a tutta questa vita nostra. Buona!


Pace! Anche se per  un oggi, pace!


E se fosse per sempre, ohì Madonna!


Pace a tutta la fatica d’ogni giorno,


che ci basti per il pane, per la pignatta,


due robicciole per la capanna e noi,


ché non siamo animali di dentro il bosco.


Pace a questa giovane: si sta baciando


un fiore e fa d’occhio al suo fidanzato.


Pace per il ragazzino: la mano piena


di pettole col miele e va leccando.


Pace a questo vecchio dorme presso il fuoco


e forse sta sognando ciò che vuole:


Pace a quest’uomo che si liscia la zappa


e pensa al muretto ch’è crollato.


Pace a quelli che sono nel lazzaretto


e patiscono l’inferno, ma vivono.


Pace a questa donna accosciata


davanti la cucina e rimesta nel testo.


Pace a questa torma di ragazzi: giocano


con le palle di neve a inseguirsi.


Pace a questa vecchia, che va col bastone


tutta curvata, e se la sta tirando la terra,


tutta una vita di fatica brutta;


sette figli, un branco di nipoti.


Pace a questa cerchia larga, tutti amici


che si raccontano fatti di lavoro.


Pace a tutte le culle. Pace al morto


in quella capanna. Pace al pianto


che urla, alle lagrime nel cuore,



che nessuno vede. Pace pure


a tutti questi fondicelli nostri:


già le sementi sotterra vanno


allegre vibrando. Pace agli alberi,


a tutti gli alberi, con le radici profonde


distese, che dormono, ma uno sbadiglio


dolcissimo, qualcuno si va risvegliando.


Pace a tutte le bestie, che lavorano


insieme con noi con forza, con pazienza


e ci riscaldano e poi ci danno


tante cose da mangiare, quasi per niente.


A tutti gli animali di dentro il bosco,


a quelli buoni, a quelli cattivi, pace.


A tutto il cielo immenso pace.


Pace al sole, che giri bene. Pace


al creato intero. pace pure a Cristo.


E Cristo che guarda e ride buono.


Pace a questa luce d’ogni giorno. Quando


ancora deve albeggiare e noi ci leviamo,


un segno larghissimo a benedire


con tutto il cuore noi facciamo nell’aria


e comincia la giornata. La croce santa.


Amen.


sabato 8 aprile 2006

STRADE



olio di Pino Santoro ( www.pinosantoro.it)


STRADE

Strade ospitali


ricamate di jame salam

riverberanti euforia

di ragazzi esperti di mazzajun

scale traboccanti ciarlio

e bisbigliati segreti di Pulcinella

balsamo è il ricordo.

Non è libertà

il verde dei semafori.