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domenica 27 settembre 2009

Viviana ricorda Pietro Gatti


Bella e semplice la serata alla Casina Vitale con la manifestazione de “I luoghi d'allerta” Voglio soffermarmi, però, sul momento toccante, con qualche attimo di commozione da parte di Viviana, figlia di Pietro Gatti, nel ricordare alcuni periodi della vita del padre.


Frequenta il seminario a Barletta e poi a Molfetta, ma lo ricorda come un periodo triste essendo, da spirito libero, poco incline alle regole e insofferente alla vita di comunità. Metteva tutto in discussione anche principi religiosi, fino a passare per eretico e luterano. Perduta completamente la fede uscì molto deluso dal seminario. Frequentò per un anno le scuole liceali a Martina poi, per le difficoltà nella frequenza, da privatista si diplomò alle Magistrali. A prepararlo agli esami fu una professoressa di Filosofia di Lecce. Finita la preparazione la professoressa, intuite le notevoli qualità dell'allievo lo licenziò dicendogli: “Ci rivediamo quando sarai Ministro”. Poco incline ai compromessi preferì non intraprendere mai la carriera politica scegliendo una vita tranquilla. Nel 1932 partecipa ad un concorso, che vinse, per un posto al Comune di Ceglie Messapica, arrivando all'incarico di vicesegretario. Visse il periodo del fascismo con insofferenza ma non si espose dato l'incarico pubblico che ricopriva. Si iscrisse, nel periodo postfascista, al Partito Comunista, ma si allontanò perché si trattava comunque di un altro partito dal pensiero unico e, per lui che metteva tutto in discussione, non erano accettabili imposizioni dogmatiche. Sposò una donna religiosissima e iscritta all'Azione Cattolica ma, dimostrando di rispettare anche le idee che non condivideva non ostacolò mai le sue convinzioni e le assidue frequentazioni della chiesa. Sia nei confronti della moglie che della figlia precorse i tempi dimostrando, diversi anni prima del movimento, di essere un femminista convinto.


Leggeva moltissimo e di tutto. La sua libreria era enorme a tal punto che, in seguito, molti suoi libri sono stati donati alla biblioteca comunale e alla biblioteca del Liceo Classico. Parecchie sere, alla moglie recitava versi della Divina Commedia.


La passione per la poesia, o la possibilità di potersi interessare è incominciata quando andò in pensione. Si ritirò definitivamente in campagna a contatto diretto con la natura. Scrisse alcune poesie in dialetto e le fece leggere ad un amico fidato che insegnava a Lecce per un giudizio disinteressato. L'amico notò le poesie e le fece leggere ad altri professori tra cui Donato Valli. I tre si accorsero di trovarsi di fronte ad un Poeta di alto livello e cominciarono a presentarlo e a recensire i suoi lavori. Fu un periodo prolifico nella sua creatività, da “A terra meje” dedicata alla sua terra, Nu viecchju diarie d’amore” scritto in occasione del matrimonio della figlia, “Nguna vite “ scritta come omaggio all'ellenico Leonida di Taranto, fino a sfociare nell'opera “A seconda venute”, la cui idea nacque da un'imaginetta religiosa donatagli durante un matrimonio e recante un verso del Vangelo: “ Signore rimani ancora con noi”. Fu colpito da un'ictus devastante che gli impedì i movimenti, lasciandogli lucida la mente. In seguito si accorse di non riuscire più a leggere anche se vedeva bene. L'ictus gli aveva tolto la capacità di interpretare le lettere. Quella fu la morte per chi non sapeva privarsi giornalmente della lettura di un buon libro. Ogni sera si addormentava con un libro sotto il cuscino o sul comodino. Lo accarezzava, lo baciava lo amava anche se il contenuto, ormai gli era oscuro.



sabato 26 aprile 2008

Principessa Orchidea Cegliese


Finalmente è disponibile il recente libro di Franca Bassi



"Ogni storia ha la sua ragione d’essere"
afferma la stessa autrice nella prefazione al libro. Questa storia è nata da alcuni incontri casuali, secondo i canoni della logica umana, ma probabilmente già segnati in un percorso obbligato dal destino di ogni individuo. Tali Incontri (alcuni virtuali) si sono rivelati importanti in quanto hanno ridato a Franca serenità e gioia di vivere. "...Se, ormai madre e nonna, sono riuscita a recuperare, dopo anni, una dimensione che sentivo mia, lo devo ai tanti amici come Pino Santoro, Giacomo Nigro, Pasquale Venerito, Damiano Leo, Pino Scaccia e ai tre attori Gabriella, Giuliana e Sergio. Il loro entusiasmo è stato foriero del mio ritrovato coraggio..."
Altro incontro importante è stato quello con i profumi e i sapori della nostra terra: "...Aveva raccolto delle erbe selvatiche. Cominciò a macinarle strusciando i palmi delle mani uno contro l’altro, lentamente, tenendole serrate perché ciò che custodiva all’interno non potesse scappare. Avvicinò le mani chiuse al mio naso. Le aprì sollevando appena quella superiore e mi disse: “ Questo è il profumo della nostra terra”, sgranando gli occhi a significar meraviglie come un mago intento nel suo esperimento più importante. Una fragranza si sprigionò intorno al mio viso, così forte e delicata da frastornarmi per alcuni istanti. Le mani perfettamente combacianti chiudevano in sé un universo magico dove forze ancestrali sviluppavano, all’insaputa dell’uomo, una possente energia che poteva essere catturata con un semplice respiro. C’erano in quelle mani racchiuse l’impeto e l’imperio dei miei anni giovanili che ora recuperavo, come succede per tutte le cose importanti attraverso un naturale, semplice gesto..."
Questa favola che "non vuol essere un'opera d'arte", come afferma la stessa Bassi, è pregna di umanità e di insegnamenti, sotto forma di metafora. Una moralità che può avere le sue origini soltanto da una vita profondamente vissuta e forgiata dalle grandi prove che ci assegna la vita: gioie e dolori. "...Per anni aveva scritto le sue emozioni di figlia, di donna, di madre e poi di nonna, anche di padre quando l’altro ormai non c’era più. Poi la fatica, il dolore e le incomprensioni, infine gli sbagli spesso senza rimedi e senza risposte. Protervia e sagacia, la spronavano perché il mondo non poteva crollare. Doveva farlo solo se lei lo avesse deciso, mai prima. Eppure nessuno aveva compreso la sua anima, l’essere fragile ma indomito, che albergava in quella testa dai riccioli a cascata. Quando sbagliava ricominciava daccapo. Quando le cose andavano per il verso giusto triplicava le forze. Ora che l’immagine del suo mosaico era quasi completa, non capiva se tutto fosse frutto della fantasia o la solita realtà conosciuta. Comunque una situazione fantastica..."
L'autrice si definisce una cittadina della terra o "terrestre", intanto divide il suo cuore tra due città che secondo lei sono gemelle nel loro destino.
"...Principessa aveva negli occhi le immagini di due città: Civita e Ceglie. Sfocavano e si sovrapponevano, diventando una città unica e ancor più desiderabile. Una realtà incrociata di destini e magie, accomunati da medesimi sentimenti nonostante su Civita, incombesse un fato avverso di morte e disperazione...."



Per chi vuole godere di questa piacevole ed istruttiva lettura può rivolgersi all'edicola in Piazza Sant'Antonio e a Pino Santoro.



sabato 27 maggio 2006


SCHEDA DI DAMIANO LEO


     Damiano LEO è nato il 6 maggio 1955 a Ceglie Messapica (BR). Membro Honoris Causa dell’Accademia Universale “Federico II di Svevia”. Premiato in molteplici concorsi nazionali ed internazionali. E’ risultato finalista al premio Nazionale di Poesia “Vittorio Bodini” (edizione 1999) e con sue liriche inedite ha partecipato alla realizzazione delle Antologie sulla condizione della poesia in Puglia e Basilicata: L’Anemone e la luna, Dalla soglia di un sogno, Il segreto della tenerezza, La parola incantata. Con la silloge inedita Le Strade del Cuore è giunto terzo alla XIII edizione dell’Europremio Letterario “Città di Corato” – Oscar “Antonietta Di Bari Bruno” (ottobre 2002).

       Inoltre Damiano LEO, per la sezione libro edito, si è aggiudicato il “Città di Crispiano” (ottobre 2005) e il “Città di Taranto” (dicembre 2005).

       Ha pubblicato: Orme d’Echi, Padre Tempo e i sette figli, Canto per Ceglie, Incontri, Sentimenti, L’Amante di Nettuno, Tralci d’Antichi Eden e Le Strade del Cuore.

giovedì 25 maggio 2006

SCHEDA DI RITA SANTORO MASTANTUONO

 

 

         Rita SANTORO MASTANTUONO è nata e resiede in Ceglie Messapica (BR), in pensione, dopo diversi anni d’insegnamento nella scuola elementare.

         Anche se ormai non vedente, continua nella produzione letteraria che tanto le sta a cuore.

         Ha collaborato con importanti riviste proponendo poesie, racconti e saggi.

         E’ presente in diverse Antologie.

         Ha ricevuto ambìti premi anche in campo internazionale.

 

Al suo attivo le seguenti silloge edite:

-         Margherite negli occhi – Club degli autori – Bologna

-         Dalle radici dell’anima – Pellegrini – Cosenza

-         Il pane dell’attesa – Gabrieli – Roma

-         Vene di luce – Portofranco – Taranto

-         La riva sommersa – Portofranco – Taranto

-         Per cieli d’albe – Portofranco – Taranto

-         Crisalidi e sole – Lisi – Pulsano – Taranto

-         Un respiro, un sogno, una parola – Portofranco – Taranto

-         Nel solco del tempo – Dellisanti – Massafra (TA)

-         Nei sentieri del vivere – Dellisanti – Massacra (TA)

-         Con te mio Dio – Portofranco –Taranto.

E’ di questi giorni la pubblicazione della sua ultima raccolta poetica: “Grappoli di sogni”, edita sempre da Antonio Dellisanti di Massafra, silloge, questa, che presto sarà tradotta anche in Grecia.

sabato 20 maggio 2006

SCHEDA ARTISTICA DI PINO SANTORO 

 

        Nato a Ceglie Messapica Pino SANTORO ha compiuto gli studi classici al “Liceo Parificato al Trionfale” di Roma. Di formazione artistica autodidatta, sin da giovanissimo ha sperimentato varie forme di arte, dalla musica alla poesia. Negli anni '70 approda alla pittura e alla scultura.

       Come vignettista ha collaborato con il periodico locale "l'Idea". Ha realizzato vari manifesti: la “40a Coppa Messapica”, il “35° Presepe Artistico Grotte di Montevicoli”, “Ceglie-Estate”, “Dicembre Musicale”, “Presepe Vivente nel Centro Storico”.

        Numerosi i premi e riconoscimenti conseguiti tra i quali: “Premio Città di Brindisi”, “Trofeo Oscar Puglia”, due volte il 1° Premio al Concorso “L’uomo e il suo Tempo”, Medaglia d’argento “Benemerenza 1995”, Medaglia d’oro “Biennale di Venezia”, 1° Premio al Concorso “Pensieri del 2° Millennio”, tre volte il 1° Premio al “Concorso Internazionale OggiFuturo”, 1° Premio al “Trofeo Città di Lecce”, 1° premio al “Great Contemporary Painters”, Titolo di Cavaliere dell’Arte a Milano, riconoscimento “Erede di De Chirico” a Novara, titolo di Maestro d’Arte, assegnato dal Centro Universitario Accademia di Francia, membro dell’Accademia Internazionale dei Micenei di Reggio Calabria, dell’Accademia Greci-Marino di Vercelli e dell’Accademia del Fiorino.

        Ha esposto in numerose Gallerie d’Arte e Fiere italiane ed internazionali.

        Si sono interessati di lui i critici: Alemanno, Cracas, Amodio, Tanelli, Perdicaro, Belgiovine Scatigna-Minghetti, Falossi, Argelier, Pasolino, Baldassarre, Conenna.

       E’ stato recensito dalle testate giornalistiche di New York: “L’Idea Magazine” e “Il Ponte Italoamericano” oltre che da quotidiani nazionali e riviste specializzate del settore artistico.

       Le sue opere si trovano in numerose e prestigiose collezioni private di diversi Stati Europei ed Americani.

        Ha pubblicato due libri di poesie: “Proscenio Bianco di Calce” e “Rossi di Oleandro”, che sono un viaggio nostalgico in una civiltà contadina del passato carica di musica, colori ed estenuante lavoro, recensiti rispettivamente da Damiano Leo e Vincenzo Gasparro.

          Il suo sito ufficiale è www.pinosantoro.it

 

mercoledì 17 maggio 2006

SCHEDA ARTISTICA DI VINCENZO GASPARRO

  

       Vincenzo GASPARRO è nato a Ceglie Messapica (BR) dove vive e insegna. Collabora attivamente a diversi giornali nazionali e locali.

         Ha esordito con un importante libro in cui movente memoriale e storia trovano un incontro di ineccepibile effetto, costituendo preciso riferimento documentaristico e coinvolgente intonazione narrativa dove commento e umorismo sono magistralmente distribuiti e dosati: “La pampanella amara (vent’anni di storia e memoria a Ceglie Messapica 1960 – 1980)”, uscito nel 1989.    Del ’94 è invece è l’esordio poetico con “Taccuino”, connotato da un terzo ed essenziale lirismo raccolto in una interessante sintesi linguistica e visuale, oltre che dalle inedite ed efficaci immagini evocate; le quali si ripresentano, innestate in più intensi tratti meditativi, nelle successive raccolte: “Parole mai distratte” (2000), “Grazie per i balconi fioriti” (2001), “Barchette arancio e limone” (2002), venato da equilibrati accordi di ironia e non ignaro di classiche tradizioni e “Nel mattino disperso” (2004), testo di successo presentato in vari incontri letterari dal suo editore.

         Il “Dizionario ragionato degli scrittori italiani del ‘900”, curato da Rodolfo Tommasi, indica Vincenzo GASPARRO tra le voci più rappresentative del secondo ‘900.

          E’ presente nella “Storia della Letteratura Italiana del Secondo Novecento”.

Si sono occupati tra l’altro le riviste: Atelier, Poiesis, Punto d’Incontro, Ellin Selae.

          E’ presente nel testo “La saggezza della Letteratura” edizioni Laterza con un saggio di Rosario Jurlaro.

martedì 16 maggio 2006

SCHEDA ARTISTICA DI PIETRO GATTI


 


Pietro GATTI  nato a Bari, nel 1913, in modo del tutto accidentale e “non incidente sulla sua vita”, come scrisse lui stesso in una nota autobiografica. I genitori si erano trasferiti nel capoluogo pugliese per permettere alla madre di frequentare un corso di ostetricia. Il piccolo Pietro, ancora di pochi mesi, fu portato a Ceglie e qui si “radicò profondissimamente”. Studiò in seminario per cinque anni. Ne venne fuori approdando, con insofferenza, all’insegnamento elementare. Quindi fu dipendente comunale dal 1938 al 1974, anni in cui la poesia batteva così forte da indurre il poeta al pensionamento anticipato.


         Infiniti sono i riconoscimenti critici per la produzione artistica del poeta cegliese Pietro GATTI. Fra coloro che si sono occupati del nostro poeta  ci piace citare il critico e docente di glottologia presso l’università di Lecce, Mario D’Elia, con “La poesia dialettale di Pietro Gatti”; Macrì con una puntigliosa recensione apparsa su “L’albero”; Mario Marti con “Notizie dal Salento: la poesia dialettale del cegliese Pietro Gatti”; i nostri concittadini Giuseppe e Pietro Magno in “Storia di Ceglie Messapica” e ancora Vincenzo Gasparro  in “La pampanella amara” e l’illustre rettore dell’università di Lecce, Donato Valli, fraterno amico del Gatti.


         Con Gatti il dialetto cegliese è entrato a pieno titolo negli studi di dialettologia. L’esordio alla carta stampata è segnato da una breve silloge edita dalla Tipografica di Ceglie nel 1973 con “Nu vecchju diarie d’amore”: un canzoniere a carattere autobiografico che già tendeva ad un simbolismo immediato, di un’istintività pascoliana. Nel maggio del ’76, presso Schena di Fasano, vede la luce quella che noi riteniamo essere il capolavoro del Gatti: “A terra meje”. Qui è un continuo rincorrersi di immagini felici, pregne di un mondo di povertà e di miseria, di sudore e di fatica. Sei anni di silenzio editoriale per approdare ad una esaltante fusione di autobiografismo e simbolismo con “Memorie d’ajere i dde josce”. Raccolta poetica, questa, in cui i versi si fanno preghiera. Nel 1984 Pietro Gatti ci regala il suo quarto pilastro: “ ‘Nguna vite”: un dolore-amore tutto meridionale e foscoliano plasma ogni poesia. La morte che “nasce dalla vita”, si confonde con il quotidiano.


         Alle importantissime opere citate Pietro Gatti, grazie alla sensibilità artistica di alcuni amici e all’impegno del Rotary Club – Terra dei Messapi di Ceglie, aggiunge, nel dicembre del 1997 per i tipi della locale casa editrice, “A seconda venuta” (La seconda venuta), opera epica e monumentale con la quale il nostro si consegna per sempre alla storia della poesia dialettale.


         Al maggiore poeta cegliese di tutti i tempi chiediamo, facendo nostra una sua dedica: “… cu nne làsse a porte scaranzate” (… che ci lasci la porta socchiusa).

lunedì 27 febbraio 2006


Intervita a Pino Santoro pubblicata sulla  rivista di New York in occasione del gemellaggio tra il giornale americano e l"Idea" di Ceglie.



1. Maestro Santoro, da quanti anni si è dedicato alla pittura?


Ho sempre avuto un rapporto preferenziale con l’immagine rispetto alla parola. Ho vissuto la mia infanzia, negli anni ’50, in un mondo contadino ancora tradizionale ed ho assorbito i colori forti e violenti dei paesaggi della nostra Puglia, degli straordinari tramonti dietro il verde dei secolari ulivi, dei bianchi accecanti di casolari dipinti di calce sferzati dal sole, del giallo oro del grano, del rosso dei papaveri, del nero delle notti illuminate soltanto dal cielo stellato o dalla luna. E’ stato naturale per me trasferirne le emozioni sulla tela. Negli anni ’70 ho sentito il bisogno di non tenere per me tali sensazioni, ma di comunicarle agli altri, ed ho cominciato a proporre le mie opere ad un pubblico che, con mio grande piacere, è diventato sempre più interessato e partecipe.


2. Potrebbe spiegare quali sono state le più rilevanti evoluzioni stilistiche che ha avuto la sua arte?


Come ho detto in precedenza, ho uno stretto rapporto con l’immagine. Inizialmente, quindi, ho sentito la necessità di trasferire sulla tela la bellezza dei nostri paesaggi e la poesia della realtà contadina. La mia fase iniziale è cominciata con il Realismo fino a sfociare nell’esasperazione tecnica e nella resa fotografica dell’Iperrealismo. In una successiva evoluzione, dopo un periodo di pausa e di decantazione, lontano dalla pittura, di circa cinque anni, ho sentito l’esigenza di una ricerca  orientata verso il trascendente e il suo rapporto con l’immanente, realizzando quindi, quel bisogno, che accomuna tutti gli uomini, di spiritualità e di ricerca interiore, approdando al Metafisico che mi ha dato, a livello internazionale, molti consensi, tra i quali il recente riconoscimento di “Erede di De Chirico”.


3. Lei s'identifica con lo stile "metafisico"? Potrebbe approfondire tale definizione per i nostri lettori?


La Metafisica, per sua stessa definizione, rappresenta tutto quello che è al di la della realtà fisica e del percepibile. Sono un convinto assertore dell’idea che l’arte è il punto d’incontro tra il mondo razionale ed una dimensione interiore, metarazionale. L’arte può essere, al pari della filosofia, un mezzo di ricerca del punto di fusione e di equilibrio dei grandi e spesso inconciliabili dualismi che ispirano l’attività umana. Immanente e trascendente, di­lemma irrisolto, antico quanto l’uomo, è uno dei temi che non mi rassegno a lasciare senza risposta e penso che l’arte possa dare il suo contributo al­la soluzione del grande quesito. Questi concetti, appunto, sono rintracciabili in quella corrente artistica che si identifica con il “Metafisico”. Questo, però, non mi conduce a ricerche filosofiche sterili, lontane dalla realtà. Tramite essa cerco di dare un contributo sociale positivo, denunciando le devianze a cui ci porta una società estremamente materialista e tecnologica, senza il supporto di un codice etico che segni i limiti oltre il quale ci rendiamo simili agli animali.


4. La sua opera "evoluzione orizzontale" mi ha colpito per l'efficacia nel rappresentare quella che parrebbe l'inevitabilità della metamorfosi evolutiva dell'essere umano da protoscimmia a robot. Il tutto riporta ad Asimov ed anche un poco ad H.G. Wells. Che cosa l'ha stimolato a dipingere questo magnifico quadro?


Questa opera potrebbe sembrare estremamente pessimista riguardo al futuro dell’umanità se non è inserita nel suo giusto contesto. Penso che l’uomo abbia tutti i requisiti per difendersi se è a rischio la sua sopravvivenza e lo dimostra quando si mobilita contro le catastrofi naturali (ne abbiamo avuto l’esempio, di recente, nel disastro per il maremoto nel sud-est asiatico). Il quadro invece vuole essere solo una provocazione, una scossa nel tentativo di invertire una rotta che porta allo svilimento di una parte importante della natura umana. Per “Evoluzione Orizzontale” intendo che la nostra civiltà ci sta portando a delle scelte che sacrificano la parte meno visibile, ma non per questo meno importante, della natura umana che ci fa desiderare una ricerca spirituale, verticale, a favore di una ricerca materiale e che io definisco orizzontale.  Non dobbiamo essere attaccati ad un esasperato materialismo, classificando banale tutto il resto, abbiamo disimparato a guardare verso l’alto. Ci vergogniamo di rimanere estasiati davanti a bellissimi tramonti, a cieli stellati, di stupirci per una coinvolgente poesia, di guardarci dentro. Abbiamo impiegato milioni di anni di evoluzione per acquisire queste facoltà che sono il sale della vita e la rendono bella da vivere. Il quadro è un invito a non superare quella barriera oltre la quale non ci potrebbe essere più possibile un ritorno e che ci renderebbe simili a un robot o addirittura essere sostituiti da esso.


5. Quali progetti artistici ha per il futuro?


Penso che il miglior modo di vivere l’arte è quello di non considerarlo mai un lavoro. Per me è stato sempre un hobby, una passione che mi ha già dato moltissimo. L’attuale genere stimola ancora la mia vena artistica ma non trascuro altre vie. Da alcuni anni ho acquisito la straordinaria e versatile tecnica della “Computer Art” realizzando con essa collaborazioni con case editrici e manifesti per svariati programmi di associazioni culturali ed Amministrazioni Comunali. Ultimamente mi sono concesso  qualche escursione nell’”Informale”, sia con opere pittoriche che con sculture in pietra e in legno. L’arte per sua natura non è mai statica ma in continua evoluzione.


6.Lei scrive anche poesie ed ha pubblicato due volumi. Quanta importanza ha la poesia nella sua vita? Quanto ha influenzato l'arte e viceversa?


Scrivo poesie già da moltissimi anni ma mi sono deciso da poco a pubblicarle. Il mio primo libro infatti è stato realizzato soltanto cinque anni fa. Poesia e pittura per me sono due facce della stessa medaglia. Sono due modi diversi di creare e dare le stesse emozioni; la pittura realizza immagini per mezzo dei colori, la poesia le realizza con la parola. Spesso, nelle mie composizioni, pittura e poesia si intersecano in quanto per alcune mie opere grafiche utilizzo le tematiche di liriche da me stesso realizzate.


7. Ha progetti letterari in corso o nel prossimo futuro?


Il mio secondo libro “Rossi di Oleandro” recensito dal poeta Vincenzo Gasparro, è molto recente in quanto è stato pubblicato nel dicembre del 2004, quindi per ora mi concedo una breve pausa. Ho già in mente però di approfondire (sono già a buon punto) una ricerca sulle tradizioni musicali del mondo contadino della Puglia, e del Salento. Oltre alla pittura e alla poesia ho sempre coltivato una terzo interesse, quello della musica,  ed ho fatto parte di gruppi musicali come percussionista. Il mio obiettivo è quello di realizzare una documentazione sulla musica salentina, e sulla tarantella in particolare, il simbolo per eccellenza del nostro territorio.



Solidarietà (www.pinosantoro.it)


Commento all’Opera donata all'Idea Magazine di New York .


Come risulta evidente nell'opera Pino Santoro ha idealizzato il Ponte di Brooklyn elevandolo a simbolo di unione e di scambio, nel nostro caso tra due comunità amiche (Ceglie e New York) ma in senso più ampio, tra nazioni, culture e religioni diverse, con manifesta speranza che non ci siano mai più Ground Zero e con l’auspicio, in un mondo in cui sembra così difficile la comunicazione, la tolleranza e la convivenza pacifica, evidenziati nell’opera da linee tensive sfocianti in stadi successivi, che ci siano sempre meno conflitti e più solidarietà.