Occorreva partire subito per organizzare i picchetti contro i caporali.
"Professò jasete ch'è ttarde. Ci po iesse ca l'endelluttuale durmite sembe?"
La notte era vellutata. Alla camera del Lavoro erano pronti per partire. Bisognava bloccare tutte le strade secondarie, oltre quelle principali, perché i caporali le studiavano tutte per sfuggire ai picchetti e alle forze dell'ordine.
Il capolega dette gli ultimi ordini: "Attenzione alle fasciste, ca jere sere le capurale one 'ghianate sobb'a sezzione d'u Mis".
I contadini parlottavano e noi eravamo un pò in disparte. I nostri mondi erano diversi e venivano guardati con sospetto. Ogni tanto il capolega ci dava voce perché sulle colline di Martina compariva la luce di fari, ma si rivelarono tutti falsi allarmi.
Nell'attesa mangiammo pane e formaggio.
"Rocche de sarachine" disse: Professò, treminde a ll'arie, i jassute a piddare".
Alle prime luci finalmente fermammo un pulmino stracolmo di donne infastidite perché perdevano la giornata di lavoro.
Al corteo in piazza delle donne non si vide nemmeno l'ombra.
Tra tante difficoltà, gli oppressi non sempre sanno della loro oppressione, giunse la notizia della morte tragica di Lucia Altavilla.
Era il 19 maggio 1980. Solo allora la risposta popolare fu immensa e Piazza Plebiscito si gremì all'inverosimile, ma la battagia non era ancora vinta.







